Cinque piccole osservazioni sulla scrittura seriale

CINQUE PICCOLE OSSERVAZIONI SULLA SCRITTURA in HOMECOMING

Serie TV scritta da Eli Horowitz e Micah Bloomberg e diretto da Sam Esmail

La serie Homecoming, diretta dal visionario Sam Esmail (il creatore di Mr. Robot) con Eli Horowitz e Micah Bloomberg, nato dell’omonimo podcast degli stessi autori e acclamato dalla critica, è un thriller psicologico che mi ha sorpreso per la sua freschezza e per la sua originale struttura narrativa. 

Il plot può essere raccontato da molteplici punti di vista e da doppi, se non tripli setting cronologici e in questo sta tutta la bravura dei suoi autori che sono riusciti a distillare dal fatto di cronaca nudo e crudo le linee drammatiche e di suspence necessarie a rendere avvincente una serie da 30 minuti.

1. L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEI TRENTA MINUTI

Nella prima stagione di Homecoming un Revisore del Ministero della Difesa si insospettisce circa i misteriosi rapporti di lavoro tra un’assistente sociale e l’Homecoming Support Center, un Centro di supporto transitorio che aiuta i soldati ad affrontare i disagi post traumatici della guerra. Convinto che la donna, Heidi Bergman, abbia preso parte ad un progetto segreto della difesa americana, il contabile si mette sulle sue tracce e la trova in un piccolo villaggio, come cameriera in un ristorante. La donna, però, si rifiuta di dare informazioni sulla società e dice di non sapere nulla di quel progetto. Parallelamente ecco che vediamo la stessa cameriera, Heidi Bergman – quattro anni prima – iniziare il programma di “accoglienza” e aiuto per i soldati e occuparsi quotidianamente degli incontri con il soldato Walter Cruz, un militare di colore con forti disturbi cognitivi e di memoria.
Heidi quindi ci sta mentendo. 

Come nel grande cinema di Hitchcock, gli episodi hanno dei what if avvincenti ma è nella loro dilatazione temporale dei 30 minuti che offrono tutta la loro potenza, mostrandoci che il formato breve non è valido solo per il genere comico ma funziona anche per il thriller, tiene miracolosamente incollati alla cronaca turbante del format, costringendo lo spettatore a riempire il puzzle di pezzetti utili a fare luce su tutto l’intrigo. 

Perché è proprio di un intrigo che si sta parlando.
Quello che viene raccontato è esattamente ciò che conta sapere, niente di più e niente di meno. Tutto è ristretto e sintetizzato in una logica ferrea – racchiusa nei 30 minuti – capace di tenere insieme due linee temporali riconoscibili dal solo taglio dell’inquadratura. Se fossero durati il doppio del tempo questi episodi avrebbero perso lo slancio, il ritmo, il frenetico gioco della doppia realtà ribaltata.

2. IL PUZZLE BOX 

Lo stile in cui mostri un personaggio, l’aspetto, la posizione, gli oggetti che ha intorno, fanno il personaggio. Per questo la ri-scrittura di tutti i protagonisti della vicenda, dal podcast alla serie, afferma il regista,  ha comportato un grande lavoro.
Quando alcuni personaggi li hai pensati e raccontati con l’audio, come riuscire a renderli reali sullo schermo? Da qui nasce l’idea di Sam Esmail di dividere lo schermo in due zone durante le telefonate: la sensazione è proprio quella di spiarli, di essere finito casualmente su un’intercettazione telefonica che non avresti dovuto sentire. Anche perché ogni telefonata apre uno spiraglio sugli aspetti controversi e imbarazzanti con cui è costretta a confrontarsi la protagonista Heidi. Il suo datore di lavoro la tiene sotto costante osservazione, la esorta ad essere dura, le fa mobbing, le infligge continui rimproveri e umiliazioni sul suo operato da assistente sociale, convincendola a prendere meno a cuore la condizione emotiva dei soldati, ad essere più cinica e spietata perché è questo che richiede il programma HOMECOMING. 

Puntata dopo puntata il puzzle si compone di elementi utili a capire meglio: dietro al progetto Homecoming si nasconde l’Azienda Geist Group e – dietro le sedute di analisi tra gli assistenti sociali e i soldati, in realtà c’è un mirato tentativo di utilizzare il succo rosso di una bacca in via di sperimentazione. I soldati ne ingeriscono un po’ alla volta, durante i pasti offerti dalla mensa del centro di assistenza e a poco a poco i loro ricordi dei mesi trascorsi sul fronte vengono cancellati. L’operazione dunque non serve a rendere migliore il Reinserimento nella società, ma a svuotare il loro cervello per farli tornare nei paesi in guerra più inconsapevoli di prima. 

Ogni cosa a Homecoming puzza di marcio. I cuochi, i camerieri, le segretarie, ogni singolo mobile di quel posto sa di finto. Heidi e il soldato Walter sono gli unici due esseri umani in grado di provare empatia per gli altri. Ma sono anche gli unici due che stanno iniziando a “cancellare” la storia. Il puzzle si compone e poi si s-compone perché i personaggi iniziano inesorabilmente a perdere dei pezzi della propria memoria. 

3.SVUOTA IL CESTINO

“Era come se le persone intorno a me stessero mantenendo un segreto.”

Nella seconda stagione il meccanismo è esattamente lo stesso. La sceneggiatura si divide in due, come una timeline che si spezza e che viene invertita. Prima il dopo e dopo il prima. 

In Homecoming 2 dal primo al quarto episodio vediamo una donna di colore che si risveglia su una barca a remi in mezzo ad un fiume e non ricorda come ci sia finita. Tutto ci fa pensare che sia un soldato. Ha un tatuaggio delle forze aeree sul braccio, ha degli abiti da recluta in riposo, ma è confusa e non ricorda nemmeno il suo nome.  Alla fine trova un documento di identità militare che dice che il suo nome è Jackie. È un allettante lunghissimo incipit (ben quattro episodi!) che si interrompe bruscamente a metà stagione per mostrarci nei restanti episodi chi è in realtà. Non si chiama Jackie ma Alex ed è legata alla Geist Initiative, l’azienda delle bacche rosse: Alex, a differenza di Jackie è un’avida cacciatrice di teste con l’obiettivo di allontanare uno dei soldati dal programma e quella che vediamo ora è la donna prima che le svuotassero il cervello, prima della perdita dei ricordi.

Homecoming è in grado di innescare una serie di brividi contemporanei, lontani dal thriller classico, proprio perché imbevuti di una realtà possibile, plausibile e attuale. Lo sconcerto nasce proprio dagli inganni della scrittura e dalla capacità di mostrare i protagonisti mentre si accorgono per la prima volta di ciò che gli viene fatto.
Lo spettatore pur sapendo tutto, prova la stessa angoscia di Heidi quando si accorge che il suo lavoro di terapista sui pazienti non serve a nulla, perché questi vengono imbottiti di farmaci che annullano i loro ricordi.

4. LA SIMMETRIA NEL PIATTO

La prima sequenza di Homecoming, si svolge nel 2018, ed è presentata in un normale formato widescreen, qui l’assistente sociale Heidi Bergman (J.Roberts) si trova a Tampa, in Florida. La seconda linea temporale, quattro anni dopo, quando Heidi serve ai tavoli di un ristorante chiamato Fat Morgan’s, il regista Sam Esmail usa un formato 4: 3 che assomiglia molto più a una scatola quadrata, sembra proprio filmato direttamente dal telefono di qualcuno:  a quanto pare di Steven Soderbergh.

Sia la prima che la seconda stagione mantengono una regia elegante e misteriosa che rispetta e segue le emozioni visive e suggestive dello script, asseconda i movimenti, segue i personaggi, si intrufola nelle stanze, nei bagni. I lunghi Piano sequenza in studio permettono di ricostruire dettagli apparentemente insignificanti come statue e quadri alle pareti, pregni di significato, abilmente posizionati in un punto, dove la telecamera tornerà a battere in altre scene.  Ci si abitua subito alle scale, agli interni minimalisti dell’Homecoming Center perché tutto diventa ripetitivo e quotidiano. Gli arredamenti di alta qualità,  i perfetti e ordinatissimi dormitori dei soldati, i pasti di gruppo obbligatori programmati e sempre uguali con il cibo disposto in modo simmetrico nel piatto diventano soporiferi e costringono ad accettare ogni stupida regola. Persino quelle più noiose come firmare ogni giorno decine di moduli anche solo per attraversare la porta dal dormitorio al bar. 

5. IL MINIMALISMO POLITICO DELLE CORPORATIONS

Il podcast originario della storia e la vicenda in sé portano una certa inquietudine perché le grandi corporation ci fanno paura, lavorano nel nostro subconscio alienando la fiducia, dissolvendo le poche certezze personali che ogni individuo ha sull’onestà e la moralità, ci legano mani e piedi ad una scrivania. Non occorre guardare troppo lontano: anche in Europa le notizie ci raccontano quello che succede tra il pubblico e il privato, come si formano i conglomerati aziendali, gli enti no profit possono rinascere grazie ai finanziamenti privati.
L’operazione di trasformazione da podcast a serie tv si serve degli umori della cronaca e degli elementi spy del corporate thriller per creare un palcoscenico minimal credibile e se il titolo dell’ultimo episodio “AGAIN” rimanda ad un significato altro…speriamo di averne ancora e ancora. 

 

 

di GiulianaLiberatore