American Horror Story 6 – Roanoke

3. DOPPIO SEASON FINALE: Narrazioni Non Identificate

Terza Parte

di Fosca Gallesio

L’ultima puntata del fake-reality si apre con 3 teen-ager fan di My Roanoke Nightmare, che vogliono documentare se la leggenda sia vera e vanno in giro per la foresta con il caschetto e la go-pro in stile Blair Witch.
La trovata può sembrare strumentale per aggiungere footing sotto finale, ma inizia a presentare l’elemento tematico più importante: l’effetto della TV sulla gente. Saranno proprio i ragazzotti a trovare la roulotte di produzione coi cadaveri sventrati di Sidney e del suo staff. I fan-sfegatati, emozionati proprio dall’idea che la leggenda di Roanoke possa essere vera, non si curano della loro incolumità, ma sulla scena dell’orrore trovano dei corpi realmente massacrati. I ragazzi sono allo stesso tempo occhio-POV (soggetto della ripresa), ma anche oggetto (testimoni dell’orrore e poco dopo vittime).
Inoltre si inizia ad avere un effetto di identificazione: i fan del fake-reality My Roanoke Nightmare sono identici ai fan di American Horror Story. Questo rispecchiamento mette lo spettatore che guarda da casa in una posizione scomoda, di disagio, proprio perchè questiona il suo godimento sadico. Inizia la vendetta di Murphy contro la community dei fan isterici, che avevano demolito a colpi di pseudocritiche su youtube, la stagione precedente Hotel. Molti fan hanno trovato la stagione 6 deludente, perchè mette sotto accusa proprio chi sta guardando. A questo serve l’intreccio dei format: l’obbiettivo è far esplodere il cervello dello spettatore, facendo saltare continuamente le regole della narrazione, cambiando le carte in tavola di continuo.

The end? Ne resterà soltanto UNA

Nel finale del reality Lee e Audrey riescono a scappare da casa Polks, per rifugiarsi nella villa, dove però ormai sono morti tutti. Solo l’arrivo di un altro membro del cast (Wes Bentley, che interpretava il figlio ribelle della macellaia) che ha un passato da militare, le convince a tornare dai Polk per salvare Monet, ma anche perchè Lee vuole recuperare il video della confessione, per lei molto pericoloso.

Ovviamente il piano va male, Wes Bentley crepa in fretta, mentre Lee si perde nei boschi e solo Audrey e Monet riescono a tornare dentro la villa. Lee è persa nei boschi di notte e le appare la strega, Scáthach (L.Gaga), la vera presenza demoniaca che ha dato inizio a tutto. Lo spirito di Scáthach – non strega cattiva, ma sciamana druidica, deportata durante la colonizzazione e bruciata ingiustamente. – si impossessa di Lee, permettendole di salvarsi la vita uccidendo uno dei fratelli Polks. Lee è posseduta e non si ferma davanti a nulla, accecata dalla sete di vendetta, si unisce ai fantasmi veri della colonia, pronti a celebrare la luna di sangue con un bel sacrificio di tutti gli incauti viventi che sono sul loro territorio sacro e maledetto. I primi sono i bloggers con la go-pro, che vengono impalati e dati alle fiamme davanti alla villa.
Poco dopo viene uccisa anche Monet, che fa entrare Lee in casa, senza sapere che è posseduta. Lee la ammazza senza pietà, ma è giustificata dal nostro pov esterno, perché Monet l’ha presa in giro più volte per le sue sventure personali. Il ruolo uccide l’interprete. I personaggi non sono più in cerca di autore, ma a caccia di vendetta sulle celebrities che hanno avuto la presunzione non solo di essere interpreti, ma anche di migliorare la loro personalità. Monet come nella tragedia greca è punita per la sua hubris.

Wes Bentley ed Evan Peters nel ruolo di Philippe Mott

Intanto Audrey riesce a scappare e cerca di fuggire attraverso un tunnel sotterraneo, che conduce a qualche chilometro dalla casa. Il tunnel è stato costruito da Edward Philippe Mott (Evan Peters) un nobile inglese omosessuale che ha fatto costruire la villa nel ‘700. Siccome Mott aveva il vizietto di farsi le storielle con amanti locali, specialmente di colore, ha pensato bene di costruirsi una via di fuga, in caso in cui i puritani dell’epoca volessero linciarlo. Nel passato è andata proprio così, ma il fantasma di Mott è il migliore di tutti e soprattutto acerrimo nemico di Thomasine e i coloni (che essendo storicamente precedenti, accampano diritti di infestazione – le diatribe dei fantasmi di Roanoke sono più complicate di una riunione di una multiproprietà e meriterebbero un post a parte).
È stato sempre Mott a salvare Shelby e Matt nella prima parte rivelando il tunnel. L’elemento ironico è che nel reality l’attore che faceva Mott ha sposato Audrey, si potrebbe dire romanticamente che il fantasma del marito soccorre l’attrice in pericolo di vita, pur essendo (il fantasma) omosessuale. Se state pensando a una riedizione queer di Ghost, vi sbagliate, perchè Murphy è abilissimo nei twist e nelle sorprese, particolarmente in questa stagione 6, che continua a ribaltare le aspettative del pubblico in una catena di colpi di scena finali.
Utima scena: è giorno e la polizia sopraggiunge e si trova davanti una carneficina di cadaveri. I poliziotti sconvolti da una grande “What the fuck?” si aggirano con le pistole spianate senza capire come sia potuto accadere un simile massacro. Intanto dai boschi riemerge Lee, cammina come uno zombie, non si capisce bene se sia ancora posseduta o no.
Un poliziotto si avvicina a Audrey, che sembra morta ma è solo svenuta, il poliziotto la fa alzare, ei è confusa, cammina appoggiata all’agente quando all’improvviso vede Lee. allora prende la pistola dalla fondina del poliziotto, con l’intenzione di uccidere la persona che ritiene responsabile di tutto (in fondo l’ha vista impazzire e uccidere Monet, sa che è stata lei a massacrare il marito).
Ma appena Audrey solleva l’arma gli agenti danno di matto – una donna armata = panico di tutti maschi!! Audrey viene trivellata di colpi e crolla a terra!
Così finisce il la seconda stagione del fake reality, solo i personaggi femminili sopravvivono fino alla fine e in questo secondo me c’è un ragionamento proprio sulla forza delle donne, apparentemente molto più coraggiose e capaci di affrontare dolore e scelte difficile, che i maschi. Inoltre c’è una critica alla società americana della post-verità, incapace di distinguere vero dal falso. Nel finale c’è una rappresentazione molto severa dell’incapacità di giudizio della polizia. Tutti i poliziotti che abbiamo visto nella serie fanno sempre la figura degli idioti, che non capiscono nulla di cosa sta succedendo, che non sanno gestire le situazioni di nervosismo e tensione, e hanno il grilletto facilissimo. I poliziotti sono sempre maschi, bianchi.
Il discorso critico si fa esplicito nel finale, in cui la polizia scambia la sopravvissuta innocente (Audrey), per una matta che sta per fare una strage, mentre quella che è stata davvero psicotica e ammazzato molte persone (Lee), viene soccorsa con sollecito.

La logica dominante maschile e bianca, che si basa su pregiudizi e apparenze, genera violenza e paura.

Il problema delle fake-news, come menzogne moraliste usate per screditare gli avversari, è un problema sociale, etico e comunicativo, che genera mostri, come raccontato dalla serie. Nel suo articolo Giacomo Costa usa il concetto di palude, per definire lo stato in cui si trova impatanato l’utente della comunicazione globale:

Nella società post-truth ci si sente liberi non solo di dire cose politicamente scorrette, ma anche palesemente false, per screditare chi è considerato un avversario, senza che questo susciti alcuna reazione collettiva o provochi conseguenze: di fatto è considerato un comportamento legittimo. Nel flusso comunicativo le fake news vengono rilanciate esattamente come la buona informazione e acquistano la stessa credibilità. O meglio, intorbidano le acque e minano l’attendibilità dell’informazione nel suo complesso, a danno di tutto e di tutti. Ciò che può apparire relativamente innocuo diventa letale. Come la tradizione logica ed etica mettono in evidenza da secoli, la falsità ha un grande potere di corrosione e di corruzione, perché è di inciampo al pensiero, alla comunicazione e alla decisione.”

Lady Gaga che interpreta la strega Scáthach

CHAPTER 10: LO SCHERMO/SPECCHIO DEFORMANTE

Il capitolo 10, l’ultima puntata di AHS-Roanoke è spiazzante e geniale. Si tratta di una sorta di blob, che monta contenuti audiovisivi di ogni tipo (fanvideo da you-tube, justice-show, talk-show, news), mettendo in evidenza come la nostra esperienza della realtà sia ormai interamente mediatica.
Il teaser si apre al Paley Fest (festival della tv USA dove viene presentato abitualmente AHS), siamo subito dopo la messa in onda della docu-drama My Roanoke Nightmare. Il pubblico è entusiasta e accoglie l’intero casta con gridolini e omaggi e cosplayer con la testa di maiale. Gli attori della ricostruzione e le persone che hanno vissuto i fatti sono allineati sul palco, impedendo qualsiasi distinzione tra chi ha recitato e chi ha vissuto. L’identificazione emotiva dei fan è totale: una ragazza sovrappeso prende la parola in lacrime per dire che la storia di Lee ha aiutata a superare un momento difficile.
La scena è un flashback del midpoint, che ci fa ragionare sull’effetto che ha sul pubblico questa mescolanza di realtà e finzione, dopo che noi ne abbiamo già visto i tragici effetti sugli stessi protagonisti. L’effetto è la follia di massa.

Dopo si passa al video-Youtube della stessa fan cicciona che si lamenta della visione della seconda stagione: “La seconda stagione è stata così deludente, non si capisce più nulla. Anche se ha avuto ancora più successo della prima, a meha fatto schifo. Ma qualcuno è morto davvero in quel programma? E poi hanno messo Lee sotto processo. Ma perchè?”

Da un punto di vista narrativo, il problema è ricostruire la verità dei fatti. Cosa è successo davvero nella casa di Roanoke? L’unico testimone oculare dei fatti è Lee, unica sopravvissuta. Ma un solo punto di vista, non basta per capire la verità. In più la posizione di Lee è complessa: è sia l’unica testimone degli accadimenti, sia vittima delle torture, ma anche presunta colpevole, sospettata dell’omicidio del marito.

L’ultima puntata è costruita montando in maniera frenetica tutto il found-footage a disposizione, cioè tutto il contenuto che abbiamo visto nelle prime 9 puntate, declinandolo in versioni parodiche di famosi format della tv americana.
Il primo format, Cracked – uno show che racconta le vite distrutte di persone vere che hanno avuto un esaurimento nervoso e commesso azioni dubbie o criminali – riassume la storyline di Lee mostrata con un montaggio indiscriminato di footage presi sia dalle parti fake che dalle parti docu (spezzoni che lo spettatore esterno di AHS riconosce e può quindi distinguere cosa sia reale e cosa no, cosa impossibile per il pubblico interno all’universo narrativo, che finisce per credere che la versione dello show dica la verità). Lee è raccontata con un retorico voice over di ipocrita compassione, che finisce per umiliarla, reputandola una poveretta insana di mente. L’effetto è veramente nauseante.
Si passa poi al processo, anche questo totalmente spettacolarizzato (Murphy è anche autore della serie America vs. OJ Simpson e conosce le dinamiche della tv-justice). Il dibattimento raggiunge il culmine con la visione della video-confessione di Lee e l’avvocata della difesa fa notare che l’imputata era stata torturata e quindi la confessione non è attendibile.
La contromossa dell’accusa è far testimoniare Flora, la figlia di Lee, che dice di aver visto la madre che uccideva suo padre. Una minorenne testimone in un processo contro la sua stessa madre, non è esattamente attendibile, infatti l’avvocata di Lee nel controinterrogatorio fa emergere la storia del fantasma di Priscilla, di cui la bambina racconta con entusiasmo come di un’amica immaginaria. Se Flora ha immaginato il fantasma, avrà immaginato anche la madre che uccideva il padre, è stata solo una visione, un effetto di reazione alla separazione tra i genitori. Alla fine Lee è riconosciuta Non Colpevole. Ma si mostra l’intervista a uno dei giurati, che rivela che la giuria era molto divisa. Il dubbio rimane.

Combattendo i mostri è diventata un mostro lei stessa

Il tv-nightmare continua con l’intervista “da donna a donna” di Lana Winters a Lee. La Winters è un personaggio già visto nell’universo di AHS, il pubblico conosce la sua backstory (ha ucciso suo figlio, dopo aver scoperto che era un serial killer psicopatico), immaginatevela come una specie di Franca Leosini americana (col massimo rispetto per la mitica Leosini, che è molto meglio naturalmente). Nell’intervista esclusiva Lana, professionista scafata, si mette sullo stesso piano di Lee, entrambe hanno ucciso qualcuno che amavano, è la stessa tecnica usata da Lee con lo scemo Polk, ma stavolta si capisce meglio la bugia manipolatoria. “Il mondo ti guarda. Sei in diretta tv, hai l’opportunità di raccontare la tua verità.”

La domanda (drammaturgica) è qual è l’obbiettivo di Lee? La risposta è semplice: Flora sua figlia, che è stata affidata ai nonni paterni e a cui Lee non si può nemmeno avvicinare. Lee cerca di usare la tv esponendosi al pubblico di massa – a proprio vantaggio per mandare un messaggio initimo e privato. Scelta sbagliata. Infatti subito dopo Lana con freddo cinismo le chiede dove sia Flora, “dove l’hai nascosta?” Il colpo di scena è che Flora è sparita, la stanno cercando, ma tutti sono convinti che sia stata Lee (ma dalla sua reazione sorpresa è evidente che non ne sa nulla).

Poi esplode la caciara: off-screen si sentono degli spari, fa irruzione l’ultimo sopravvissuto dei Polk, che mitraglia la troupe, e vuole uccidere Lee per vendicare sua madre e i suoi fratelli. Lana prova la consueta tecnica persuasiva con uno speech ricco di empatia da vero negoziatore: “So che amavi tua madre più di ogni altra cosa, ma uccidere Lee non la riporterà in vita” Per un attimo sembra che Polk sia persuaso, poi colpisce Lana con il calcio del fucile dicendo “Parla troppo”.

Si continua il viaggio con la parodia di Ghost Hunters, un classico della paranormal tv che cerca di provare l’esistenza degli spiriti con apparecchiature scientifiche. Insieme ai ghostbusters c’è anche il fake-medium Cricket (cioè l’attore che recitava nella ricostruzione, che ormai agisce da vero medium, con effetto esilarante grazie a un grande Leslie Jordan). I fenomeni dei fantasmi iniziano rapidamente a farsi più veri e reali, i ghostbusters si cagano sotto, soprattutto quando alla porta compare la vera Lee stravolta. Siamo 4 settimane dopo la scomparsa di Flora, in piena Luna di Sangue e Lee è convinta che Flora sia scappata insieme al fantasma di Priscilla. Intanto cala la notte e i vari fantasmi si fanno vivi, i ghostbuster scappano dalla casa di corsa e vengono freddati dalle frecce dei nativi americani.

Atto finale: il sacrificio

Con il finale si torna al linguaggio finzionale in oggettiva. Siamo nella classica situazione di assedio della polizia, la presunta assassina pazza, Lee, è da sola all’interno della casa con Flora, ma fuori la polizia non ha idea di cosa sia successo, hanno solo trovato i cadaveri dei ghost hunters e credono che sia stata Lee a uccidere tutti e barricarsi dentro con la figlia.
Una giornalista in diretta riassume la situazione; il paradosso è che è interpretata da Adina Porter, la stessa attrice che interpreta Lee, con un look diverso. È un inquietante deja-vu, un effetto di rimbalzo sincronico delle coincidenze, che rende ancora più difficile la distinzione tra realtà e finzione. Il corpo-immagine di Lee è bilocato, sia dentro la villa come oggetto della caccia al killer, sia fuori come soggetto giornalistico che commenta.
Intanto la vera Lee è rimasta sola con Flora, che ora vuole stare con la sua amica Priscilla, anche se sa che è un fantasma e ha capito che per stare con lei dovrà morire. L’elemento tragico è una bambina di 9 anni, che è pronta a morire per vivere come fantasma, in un aldilà che è molto più attraente del mondo reale. Il dialogo fra madre e figlia è un pezzo di bravura di sceneggiatura, che riprende il tema di serie: l’immagine ideale, non potrà mai corrispondere al reale.
Il dramma è che Flora ha perso ogni fiducia nella madre perchè l’ha vista ammazzare suo padre. A questo punto Lee le spiega cosa significa “essere genitori.” Quando si diventa genitori si vuole essere perfetti in tutto (flawless), per provvedere al meglio al bene di proprio figlio, ma nella realtà è impossibile essere flawless (letteralmente senza ferite), solo che quest’immagine ideale e aspirazionale (immaginaria) che ci si è costruiti nella testa è così forte che nel tentativo di concretizzarla, ci si ostina e si continua a sbagliare e fare errori, anche se in buona fede.

Lo speech si applica alla genitorialità ma è anche una riflessione sulla creatività. Spesso Ryan Murphy viene descritto dai suoi collaboratori come un padre, che ci mette di tutto per far si che i suoi show siano perfetti, abbiano successo e raccontino efficacemente la storia. Non sempre ci si può riuscire. Nessuno è perfetto. Ed è perfettamente inutile arrabbiarsi (come in fan) istericamente dando la colpa agli autori.

Purtroppo Flora è ostinata, come tutti i bambini, e insiste a voler stare con Priscilla. Allora Lee le dice che sarà lei a sacrificarsi per stare con Priscilla, questo è l’unico modo per permettere a Flora di crescere ed essere libera. Priscilla needs a mommy” è l’ultima battuta di Lee.

Cut to ext: i poliziotti iniziano a sentire odore di gas, si allarmano e si avvicinano alla casa, poi si sente UNO sparo e l’esplosione della villa fa volare la polizia. La villa maledetta esplode e solo a questo punto Flora al ralenti emerge dalla cortina di fumo, viva.

UnPerfect Illusion

I season finale di AHS sono caratterizzati da un sapore agrodolce, malinconico, in cui la linea di demarcazione tra bene e male è sempre incerta. Alcuni personaggi muoiono, altri sopravvivono, quello che conta alla fine è il senso di chiusura, la pace dell’anima. Perchè sono proprio le anime con conti in sospeso che tornano sulla terra a ossessionare i vivi. C’è una grande portata etica nella serie, che va oltre le dicotomie semplicistiche e le polarizzazioni facili. L’universo di American Horror Story si situa sulla linea di confine tra mondi, tra valori, tra identità diverse e fluttuanti. Senza pretendere di avere risposte univoche e convincenti per tutti.

Per queste ragioni, fa notare Clarisse Loughrey sull’Indipendent, il finale di Roanoke ha lasciato delusi e amareggiati molti dei suoi fan. Secondo Loughrey il finale dell’arco di Lee, costruito mixando format e punti di vista vari “è un’astuta riflessione sul consumo attuale di contenuti non-fiction. Roanoke ruota interamente intorno al suo dissacrante meta-cinismo e finisce come la lezione di un esperto su come trollare i propri fan.(LINK)
Il finale apre uno squarcio nel teleschermo, da cui emerge una mano fantasma che afferra alla gola i propri spettatori come la mano di Poltergeist di Hooper. Se siete spettatori assetati solo di violenza, umiliazione e sangue, un po’ di nausea da senso di colpa è il minimo che potete sopportare. Murphy ci dice che per poter sostenere la visione dell’orrore, è fondamentale avere sempre un certo distacco, ironico e soprattutto autoironico. Perchè, perdonate la tautologia, ma la paura fa paura davvero.
Il bombardamento di notizie e l’allarmismo gratuito delle fake-news fa leva sulla paura, giocando sul fattore di convincimento: più dici che una cosa succederà, più la gente si convincerà che sia vero. Poi magari dici anche chè è già successo e che la storia si ripete. Insomma più ci credi in una cosa e più ti convinci che sia vero.
È come se Murphy dicesse: Volete l’orrore vero? Volete vedere chi è assetato di sangue, violenza e morbosità, senza alcun senso di responsabilità o empatia per le vittime, senza curarsi delle conseguenze future? Guardatevi allo specchio. L’orrore siete voi. Lo psicopatico sei tu, spettatore gaudente di American Horror Story.
Questo scenario di confusione tra realtà, finzione e fake, diventa ancora più inquietante se pensate all’influenza dei media su persone mentalmente fragili o malate o traumatizzate e soggetti non maturi – prendetemi con le pinze, non voglio assolutamente fare un discorso di censura della violenza, ma anzi vedere come la percezione di massa di cosa sia violenza sia un fattore cruciale e anche molto relativo e soggetivo, che va preso in in considerazione attentamente, soprattutto per chi di mestiere fa il narratore. I processi non si possono fare in tv, così come le inchieste, indagare la realtà è complicato e richiede tempo.
Definirei American Horror Story – Roanoke un UNO (Unidentified Narrative Objectsecondo la definizione di WU-MING) perché è davvero un oggetto narrativo peculiare, multistrato e multidimensionale. Proprio nel rapporto dialettico con il pubblico e nelle sue ramificazioni transmediali, nei commenti e nelle speculazione della fandom, genera un meccanismo creativo di dibattito su questioni cardine della contemporaneità.
La portata sovversiva delle creazioni di Murphy e Falchuck sta anche nel ribaltare le posizioni dei discorsi mainstream, invertendo la polarità tra oggetto e soggetto, tendendo sempre presente l’elemento individuale del punto di vista. Le teorie femministe sul cinema hanno sempre criticato il fatto che la donna fosse vista solo come oggetto del desiderio di uno sguardo vojeuristico maschile.
Roanoke con il suo mix lingiustico replica una molteplicità di sguardi, maschili e femminili, umani e artificiali (gli occhi delle telecamere di sorveglianza, le camere che cascano a terra e riprendono parti di realtà), e facendo recitare molti ruoli diversi ai suoi attori, li sposta continuamenta da un lato all’altro della “quarta parete.”
Parafrasando Wu-Ming direi allora che Roanoke è un UNS (Unidentified Narrative Subject), la serie è un soggetto narrante non identificato. La visione oggettiva e fredda dei fatti, razionale e logica, tradizionalmente associata al maschile, è mixata con la visione soggettiva della storia, più sensibile ed emotiva, tradizionalmente associata al femminile.
Sicuramente la serie non sarà perfetta, ci sono molti salti logici e buchi di trama che la rendono complicata da seguire. Ma è assolutamente centrata nel tema, nei linguaggi che adopera e nella profondità dei personaggi. La dichiarazione di intenti della serie era già presente nel testo della canzone di Lady Gaga (considerata una delle muse di Murphy) Perfect Illusion, che è stata usata per lanciare la serie.

Con una precisazione anche l’illusione migliore, non potrà mai essere perfetta, il bello è proprio questo, perchè se fosse perfetta vorrebbe dire che siamo morti e stiamo contemplando Dio, nella pace dei sensi. Siete sicuri di volerlo davvero?

Gaga Perfect illusion:

Tryin’ to get control

Pressure’s takin’ its toll

Stuck in the middle zone

I just want you alone

My guessing game is strong

Way too real to be wrong

Caught up in your show

Yeah, at least now I know

It wasn’t love, it wasn’t love

It was a perfect illusion (perfect illusion)

Mistaken for love, it wasn’t love

It was a perfect illusion (perfect illusion)

You were a perfect illusion