Ogni singolo giorno – Escape at Dannemora

Il genere Prison Drama ha sempre avuto un certo fascino.
Da quel dimenticato ma potentissimo Monster’s Ball, partorito dalla mente del tedesco Marc Forster con un cast e una storia fortemente americani, Le Ali della Libertà, Prison Break, Orange is The New Black, le serie documentarie come Making a Murderer e molti altri, tutti prodotti fruibili che ormai hanno fatto storia, eppure un film che è rimasto sempre vivo nella mia mente per la sua metodica lentezza e per la potenza visiva e angosciante delle immagini resta l’ispirato Un condannato a morte è fuggito di Bresson (Un condamné à mort s’est échappé, le Vent souffle où il veut) titolo quanto mai assoluto.
Il film viene ricordato per la ripetitiva sequenza di scene all’interno del carcere: i detenuti che si alzano, che escono in fila, che si lavano, che mangiano, che passeggiano e poi di nuovo che si alzano. Avanti e indietro, come ombre di un sogno a ripetere, ogni singolo giorno. Le poche sillabe che riescono a scambiare tra loro volano in quei brevi, fugaci scambi di posto, tra un asciugamano poggiato su una sedia e una forchetta consegnata a mano. Ti sembra di percepire la polvere, l’odore degli stessi vestiti sporchi rindossati ogni giorno, la miseria degli oggetti tenuti con parsimonia.
Il vero protagonista del film è il tempo, irreversibile, freddo, monotono, scandito con maniacale lentezza dalla mano del detenuto che taglia, con il manico di un cucchiaio, la porta di legno della sua cella, ogni notte, per poi richiuderla di giorno. Aprirla di notte e oscurarla di giorno. Il progetto è lungo e ambizioso, la pazienza che l’asseconda è un mantra. Perché nulla conta più del lavorìo quotidiano sulla porta dalla quale si potrà – se saremo fortunati – scappare via.

 

Vedendo Escape at Dannemora, la serie diretta da Ben Stiller per Showtime e scritta da Brett Johnson and Michael Tolkin, mi è tornato in mente il costante lavorìo del partigiano francese, Fontaine, in quel vecchio film, come se Ben Stiller avesse visto Bresson! (è mai possibile?).
Il tempo nella cella è congelato, deforma ogni ricordo, paralizza il passato e il futuro in un eterno presente, schizzoide e malato. Ben Stiller decide di trasformare in 7 episodi da un’ora e mezza, una storia accaduta nel carcere di Clinton nello stato di New York: due detenuti fuggono dal carcere di massima sicurezza aiutati da un’impiegata del carcere innamorata di uno di loro. Una storia che ha quasi del comico se non fosse che si dilata fino a far gonfiare le vene delle mani.
Il tono è cupo, verdastro, i dialoghi sono lenti con lunghe pause e continui grugniti.
Gli sguardi e le occhiate dei detenuti sono come rasoi, perché in carcere ci si può solo guardare e parlare il meno possibile. La parola, visto che è l’unica cosa che conti qualcosa – va risparmiata per chi la merita.
Tilly Mitchell, la cinquantenne bionda responsabile della sartoria che insegna ai detenuti a cucire pantaloni, la merita davvero? 

Tally (Patricia Arquette, in pessima forma, ma in brillante odore di Oscar…)  in realtà è solo finita nella “rete” manipolatoria dei due amichetti di cella, Richard Matt (Benicio del Toro) e David Sweat (Paul Dano), il primo un messicano ubriacone, bravo con le parole e con i colori a olio, che trascorre le giornate a procurarsi rum sottobanco – compiacendo le guardie più manipolabili e cercando del tempo per sé e per i suoi ritratti a olio di personaggi famosi, (inquietanti i ritratti di Hilary Clinton e di Julia Roberts che trovate su google…), ritratti che poi userà come merce di scambio per procurarsi seghetti, lampade e attrezzi sempre più all’avanguardia.
Mentre il secondo è un teppistello, omicida per sbaglio, ragionevolmente pentito di quello che ha fatto. Lucido e freddo, sta scontando il suo 12esimo anno, ma ha già raccolto i vantaggi della buona condotta, pacifico e collaborativo con tutti, è giovane, sa che potrà avere, a differenza di  Richard, una seconda possibilità. Non ha nessuna intenzione di mettersi contro i poliziotti.  Perché si uniscono? 

Perché sono due artisti: uno è un genio dell’imitazione e l’altro della pianificazione.
Anche se David Sweat ha il brutto vizio di avere rapporti sessuali con Tilly, nel ripostiglio della sartoria, una tresca che scoperta da un’altra guardia, finisce per farlo tornare in isolamento: nella cella del piano terra, una delle peggiori. E’ lì in quello squallore, rumoroso e assordante che accetta di iniziare a lavorare al piano di Richard. Il Piano della Fuga.
Se Tilly e David non possono più incontrarsi, entra in scena Richard, adesso tocca a lui sedurla e convincerla a stare dalla loro parte. Riprendono gli incontri clandestini nella sartoria ma questa volta c’è un grande sogno dietro. La possibilità di una formidabile fuga in Messico, dove potrà esserci anche lei, finalmente accanto a David di cui è innamorata e libera da suo marito. E infatti Tilly non si tira indietro. Con un’ingenuità affascinante e goffa consegna sotto banco tutto quello che serve per uscire dal penitenziario, occhiali, lampade, martelli, ventilatori e seghetti con i quali David inizia a scavare un buco che parte da una grata della sua cella e corre lontano  – da tutto e tutti – per oltre sei chilometri oltre il recinto della fortezza.
Come nel film di Bresson il solco da aprire è impenetrabile, viene rotto un pezzetto alla volta, minuto dopo minuto, fino a far sanguinare le mani, (in scene meravigliose di asfissia livida e paralizzante paragonabili solo al Capitolo numero 7: La tomba solitaria di Paula Schultz  in Kill Bill…) per giungere  a quella che viene chiamata “la prova generale”, quando tutto è pronto.
Perché solo quando si è in grado di mettere un braccio fuori dal penitenziario allora sì che si prova un brivido e la certezza di poter organizzare finalmente la “prima”.
La serie lascia spazio anche ad un’amara visione dell’America lontana dalle città, nei quartieri razzisti di un paese che vive in “allarme” a causa dei due fuggitivi, che corre a comprare quanti più fucili possibili per difendersi, per chiudere le porte, piazzare telecamere. Un paese in cui la “collaboratrice” degli evasori viene messa in carcere per sette anni con le manette ai polsi e una tuta a righe, proprio come nel film di Bresson (ma non siamo nella Francia nazista del 43!), portatrice di una totale, brutale ma inesistente pericolosità.