Patrick Melrose

Intervista a David Nicholls – Creatore della serie Patrick Melrose  ispirata al ciclo narrativo I Melrose di Edward St Aubyn

 

Per chi non l’avesse ancora visto Patrick Melrose è una mini serie inglese e americana prodotta da Showtime, sulle tragiche vicende della famiglia Melrose. Il protagonista è Patrick rampollo della ricca famiglia dei Melrose, che ricuce lentamente e dolorosamente i traumi subiti da piccolo, attraverso i ricordi e gli episodi di alcune estati trascorse nella campagna francese insieme ai ricchi genitori. Un protagonista che ha cercato per tutta la vita di dimenticare quello che aveva vissuto, rifugiandosi nel sesso e nelle droghe e, che alla morte del padre, ripercorre in modo tragicamente divertente, intelligente e cinico tutto l’orrore dell’infanzia.

Dave Nichols (Photo by Jenny Western)

Patrick Melrose appare un uomo nuovo ad ogni episodio. C’è una forte evoluzione in lui.
Come hai lavorato sui cambiamenti di questo personaggio?

Una delle cose più complicate in una sceneggiatura è il problema dell’invecchiamento del personaggio. In Melrose l’azione copre quasi cinquant’anni e la riscrittura dei personaggi ad ogni “invecchiamento”, insieme all’uso dei trucchi e del lattice, è stato alienante.
E’ stata utile la struttura già presente nei romanzi. Invece di usare una classica, diciamo così, dissolvenza incrociata tra le diverse epoche – come ad informarci che “i personaggi stanno gradualmente invecchiando”, (il solito approccio), in Patrick Melrose abbiamo deciso di muoverci diversamente. Avevamo a disposizione poco tempo narrativo diegetico.
Ci siamo mossi a grandi passi tra cinque differenti Stati della sua vita.
Una specie di 5 Fusi Orari della sua esistenza.
Ho lavorato come se stessi guardando cinque diverse fotografie di Patrick, cinque stati fisici e mentali molto diversi ogni volta. Finché ognuno era coerente con l’altro, funzionava.
Poi Penso che gran parte del merito vada all’abilità dell’attore e al contributo del trucco e del parrucco. Il Patrick più anziano degli ultimi episodi ha in realtà delle protesi in lattice sul viso abbastanza sottili, e poi Benedict Cumberbatch è in grado di fare cose incredibili con il suo corpo.


Il dolore e la solitudine dell’infanzia.
Patrick  si ritrova a vivere un’infanzia abusata, costretta ad una durezza insensata. E’ un argomento che viene mostrato nella storia con dei continui flashback e flashforward. 
Quanto è stato complicato nella scrittura unire tutti questi momenti, e frammenti emotivi.
Come hai iniziato a mescolare i ricordi di Patrick Melrose?

Questa sì, è stata la cosa più difficile, strutturare i balzi di tempo e i flashback: ho fatto molti tentativi per vedere se funzionava: una ventina di stesure per ogni sceneggiatura, alcune con i flashback, altre togliendo tutti i flashback. Più di cinque anni di scrittura.
All’inizio l’ordine dei primi due episodi era invertito: in questo modo logicamente si partiva dall’infanzia, si passava per i venti, i trenta e i quarant’anni. Poi, ad un certo punto mi è sembrato più importante e necessario vedere nella prima puntata il protagonista Patrick nel suo “stato” emotivo più basso e deplorevole, (anche per scioccare immediatamente con un primo episodio molto forte e mostrare la bravura di Benedict, ovviamente!) Le prime stesure erano più lunghe – novanta minuti ciascuna – con molto meno collegamento tra le scene. I racconti invece sono pieni di ricordi e di echi: cosa semplice da fare in un romanzo grazie alla sua voce interna, dal punto di vista del narratore, molto difficile invece da fare sullo schermo senza flashback. Di solito i flashback non mi piacciono, cerco di evitarli – sono un po’ come colpire l’osservatore alle spalle e dirgli “ti ricordi questo?” – ma qui sembravano essenziali.
Abbiamo anche lavorato al montaggio, provando a invertire i ricordi in luoghi diversi e vedere cosa veniva fuori.

 

Il primo e il secondo episodio hanno un tono più comico e grottesco a differenza del terzo e del quarto, più drammatici e senza soluzione.
Sulla serie Patrick Melrose, ho letto da qualche parte in rete questa definizione:
“Un’aristocratica atmosfera di caustico orrore”
Cosa hai deciso di conservare delle atmosfere del racconto originale? Cosa hai aggiunto tu?

I libri sono brevi, soprattutto il quarto volume, quindi non c’è stato motivo di tagliare troppe parti. Nei racconti può capitare spesso di apprezzare le “ripetizioni” finché la scrittura ce lo permette e finché il tutto è divertente. Ma sullo schermo, le cose devono andare avanti. Quindi ci siamo chiesti, ad esempio, “Abbiamo avuto questa stessa reazione prima?” “Si è già comportato in questo modo?” Se era così, allora lo tagliavamo.
Se c’erano personaggi con personalità e peculiarità simili li abbiamo trasformati in un “solo” personaggio, per ridurre al minimo il tempo necessario e ristabilire le cose.
Il mio atteggiamento creativo nei confronti dell’adattamento è questo: meglio schematizzare poche cose in modo chiaro, piuttosto che essere “fedeli” al 100% al racconto. Lentamente si può inserire tutto, ma senza fretta.
Quello che faccio è una specie di ‘greatest hits’ del materiale narrativo dei romanzi.
Leggo e rileggo i libri più e più volte, ascolto gli audiolibri un’infinità di volte e annoto compulsivamente i momenti che mi sembravano i migliori.
Ci è stata data la libertà di rendere ogni episodio molto diverso, per il tono, per l’ambientazione, per il cast. La scrittura di serie classica di solito comporta l’opposto di ciò che abbiamo fatto noi: gli spettatori si aspettano cose nuove ogni settimana, ma con lo stesso stile. Liberati da questo obbligo, siamo stati liberi di realizzare effettivamente cinque film diversi. Così il primo Episodio era Trainspotting / After Hours / Mean Streets, il secondo episodio era un film di Antonioni, l’episodio tre era Gosford Park ecc.

Abbiamo capito che subito dopo aver letto i romanzi hai voluto scriverne una serie. Cosa ti aveva colpito di questa storia? Sei stato tu a suggerire Benedict Cumberbatch? Raccontaci come è andata…

Li ho letti tutti, uno alla volta, non appena uscivano in libreria, ogni cinque anni circa. E li ho amati tutti, specialmente i primi tre. Sembravano diversi da qualsiasi cosa avessi visto sullo schermo, in cui l’atteggiamento verso le classi superiori è spesso molto reverenziale e aspirazionale. La superiorità della classe e della buona educazione qui viene fatta a pezzi. I dialoghi sono sorprendenti e il personaggio centrale è uno snob, originale, egoista, meschino e talvolta vizioso, ma anche arguto, affascinante, profondamente danneggiato. Mi ha ricordato Amleto – un altro “eroe” che si comporta male – e quindi avevamo bisogno di un attore di quel calibro. Benedict è sempre stata la nostra prima scelta. Poi abbiamo scoperto che aveva letto il romanzo e conosceva già Patrick Melrose. Dopo aver letto le sceneggiature e confermato il suo interesse la produzione si è mossa molto rapidamente.


In Italia è abbastanza difficile vedere scene di droga “inalata” in una serie tv. Persino uno spinello è molto complicato da mostrare, a patto che non sia raccontato per mostrarne gli effetti negativi. Invece Patrick Melrose, prende contemporaneamente in pochi minuti, l’eroina, la cocaina e la Quaalude, e sembra che lo sballo non gli basti mai.
Nessuno si è sentito offeso da tanta tossicodipendenza? Avete potuto scrivere senza essere mai censurati?

Sì, anche se penso che siamo stati aiutati dal fatto che quella rappresentazione di Patrick, che abusa di ogni sostanza in quel modo, sia stata volutamente resa scioccante e triste. Nessuno, mi auguro, vedendola, avrà voglia di andare a prendere dell’eroina.
Non volevamo essere irresponsabili e allo stesso tempo non volevamo fare i predicatori . Non può essere propaganda. Ma Edward St Aubyn, il romanziere, ha vissuto esperienze simili con droghe e alcol, e Benedict ha fatto un’enorme quantità di ricerche: è stato incredibilmente preciso nel raccontare le sue – non proprio estreme – esperienze nel mondo della droga, rivivendole e trovando dei modi originali per riprodurre i comportamenti di un tossico.
Quando stavamo riscrivendo alcune parti della prima puntata, ci siamo chiesti: è troppo? Troppo ripetitivo? Ma non siamo mai stati censurati.
È interessante notare, inoltre, che dopo la prima si ha la sensazione che tutto stia precipitando… anche se ti sembra che più in basso di così non si possa andare…e invece poi nella seconda puntata parte tutto un altro film.

 

(By Giuliana Liberatore)